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  • ANTI-F.O.M.O. 

    ANTI-F.O.M.O. 

    Pur essendo questa una testimonianza estremamente personale, credo sia importante esporla per aiutare una contronarrazione riguardo quella che tutti conosciamo come F.O.M.O.: Fear of Missing Out.  

    Tra social, annunci pubblicitari e passaparola, ci sentiamo tutti parte di una grossa competizione dove bisogna performare, urlare al mondo invidiabili imprese. La nostra vita virtuale può scatenare invidia negli altri e viceversa; è un circolo che si autoalimenta. Io la considero una barra abilitĂ , familiare nei videogiochi, dove si mettono in mostra i propri progressi. PiĂą è alta, quindi carica di esperienze, piĂą si emerge nel gioco.  

    Ho passato un anno e mezzo in Australia, dopo aver ottenuto un Working Holiday Visa. Di durata annuale e potenzialmente rinnovabile per due volte, questo visto è un’opportunitĂ  per i non Australiani di costruirsi temporaneamente una vita in un paese in pieno sviluppo. Molti paesi offrono questa chance ai propri cittadini, ma i presupposti non sono uguali.  

    Ci sono due tipi di visti, che richiedono requisiti differenti e diretti a cittadinanze diverse. Mentre per il 417 le uniche condizioni sono il pagamento del visto e poter garantire una appropriata base economica, a queste si aggiunge un test di inglese da sostenere per il 462. Quella che per noi è una opportunitĂ  di acquisire competenze e crescere, per altri è possibile solo se determinate competenze sono giĂ  dimostrate. Vale lo stesso per questioni economiche. Spesso qualcosa che viene presentato come un must-do è inaccessibile a molti. La frustrazione cresce dentro chi è escluso perchĂ© l’apparente logica risposta di molti è l’auto-colpevolizzazione. 

    Prima dell’Australia, con la mia famiglia, ero giĂ  stato in Inghilterra. Ero rimasto incantato dalla estrema cordialitĂ  ed ero curioso di come quest’ultima si fosse sviluppata in un paese così lontano. Vivendo quei luoghi quotidianamente, in particolare le metropoli di Melbourne e Sydney, ho capito però che c’è un doppio fine in quella finta gentilezza e coincide con la velocizzazione della produzione e del consumo. Che si parli di business o rapporti informali, gli australiani hanno un modo di approcciarsi all’altro fortemente basato sull’interesse personale. In termini economici o di carriera.  

    Ascoltando e parlando con diverse persone, l’impressione che ho avuto è che tutto ruoti attorno al proprio capitale. Persino l’iconico “mate”, che può dar l’impressione di essere giĂ  stati integrati, ha una funzione abbreviativa dei tempi di lavoro. C’è gran ricambio di dipendenti in edilizia e lavori di accoglienza – mondo in cui ho passato gran parte della mia esperienza – ed evidentemente è un modo per non dover imparare sempre nomi nuovi. 
     

    Nei mesi trascorsi lì, difficilmente ho potuto connettere con australiani, restii e poco interessati a legare con persone destinate a lasciare il paese. La reputo una grossa mancanza, dal momento che la vera concezione di un luogo la si può carpire da chi lo abita sin dalla sua nascita.  

    Tanto è importante sviluppare un rapporto con le persone quanto lo è farlo con la terra stessa e la storia che l’ha plasmata. 

     C’è una grossa premessa da tenere in considerazione prima di entrare in territorio australiano: ciò che viene presentato è il risultato di una colonizzazione. Il prodotto di una pulizia etnica che nel sud ha avuto un gran successo. 

    Dopo qualche tempo, i britannici hanno pensato che qualche slogan e programmi di sport-for-development potessero compensare le disuguaglianze partorite dai loro insediamenti, che però ancora oggi faticano ad essere appianate.  

    Nell’area Sud-Est, come visto sopra, la presenza aborigena è estremamente ridotta rispetto ai bianchi e quei pochi che si vedono vivono in condizioni drammatiche. Vagabondano in cerca di alcol e cibo, spesso in stato confusionale. Difficilmente sono ben inseriti all’interno della societĂ .  

    Tutto ciò rappresenta l’altra faccia della medaglia, meno illuminata, il piatto della bilancia da cui è stato sottratto il contenuto che ha assunto forma di privilegi per i piĂą ricchi. Dopo aver esaminato il vero contesto, distante dalle promesse degli influencer che si occupano di sponsorizzare WHV, la mia percezione è mutata. Non significa che rinnego tutto ciò che ho vissuto, anzi è stata un’esperienza che mi ha dato molto e che generalmente consiglio. Il punto però sta nella narrazione delle esperienze, volontariamente accattivante per poter creare una barriera tra chi ce l’ha fatta e chi no. Con un sottotesto del tipo “se non sei qui è colpa tua”. Va bene uscire dalla zona di comfort, come anche non farlo.  

    Ognuno ha bisogni diversi ed opportunitĂ  diverse e credo sarebbe utile riflettere sulle nostre condizioni personali ed economiche, che potrebbero impedire di raggiungere obiettivi per altri piĂą fattibili. La menzogna piĂą grande nel gioco dell’ostentazione è proprio aver stabilito che tutti possiamo fare tutto e che dobbiamo voler fare tutto, pena il crollo della nostra autostima. Ma per poter confrontare le nostre vite – e non credo ci sia un motivo valido per farlo – dovremmo almeno partire dalla stessa posizione.