La nazionale italiana di calcio non è riuscita a qualificarsi per il mondiale 2026 negli USA (i giocatori si sentiranno più sicuri visti i tempi). Nel 2030 saranno sedici gli anni dall’ultima partecipazione, avvenuta nel 2014. Tre edizioni mancate consecutivamente. Tanto forte è stato l’eco di questo tonfo che se ne è discusso in Parlamento.
Ognuno di noi cerca di individuare colpevoli o norme che possano capovolgere l’andamento del movimento calcistico. Le ragioni del declino del calcio italiano non possono essere separate dallo stato sociale ed economico del nostro paese. Infatti, se il fuoco che anima le persone in questi giorni fosse costante e non circoscritto ai segmenti di tempo successivi alle disfatte, gli scandali che intrecciano calcio, politica e criminalità farebbero infuriare in maniera più profonda.
Vorrei presentare quindi tre fenomeni della nostra società che sono secondo me parte del problema calcistico e che comportano riflessioni aldilà dello sport.
L’Italia è un paese conservatore e conservativo, che tende alla preservazione dello stato delle cose, storcendo il naso dinanzi alle innovazioni. La conservazione si declina in diversi modi, uno di questi è l’amichettismo. Nel calcio e nella politica questo termine torna a cadenza ciclica, come prima lettura in risposta a decisioni illogiche o non necessarie. Amichettismo è un termine ombrello che copre tutte le elezioni di figure già note negli ambienti di potere, che si schiodano dalla poltrona solo per cambiare posto. L’esempio più lampante relativo all’eliminazione dai mondiali è la scelta di Gennaro Gattuso come commissario tecnico. Dopo aver cambiato tre allenatori in otto anni, l’aver puntato sull’ex calciatore ha negato l’opportunità a tecnici con soluzioni contemporanee. Una scelta pensata per “sopravvivere” nel breve periodo.
Gattuso ha certamente raggiunto risultati con una squadra di minor prestigio come il Pisa, ma quando si è trovato a dover sbrogliare matasse più delicate come Milan, Napoli o Marsiglia non ha quasi mai centrato gli obiettivi. Non sono gli esoneri a descrivere il suo status, perché essere licenziati non equivale sempre a scarsa qualità, ma i valori e la narrazione che hanno costruito il suo personaggio sin da calciatore. Ciò che rende figure come “Ringhio” accattivante agli occhi dei dirigenti italiani è che la retorica bellica e di sacrificio che rientra nei nostri paradigmi culturali. Una retorica fine a sé stessa, che distoglie lo sguardo dal problema reale. Risolvere non è la priorità, le emozioni trasmesse sono ciò che conta di più. Una strategia ricorrente anche al di fuori del calcio. La conservazione emerge anche nelle tattiche di gioco che vengono preferite, difesa compatta negli ultimi metri di campo piuttosto che un’identità offensiva per attaccare gli avversari. A livello di campo, tuttavia, Gattuso non è l’unico esempio. Se ne potrebbero fare a decine, allenatori e giocatori con caratteristiche che riflettono una visione tradizionale. La paura nell’inserire giovani di talento – tra U17 e U19 abbiamo raggiunto dal 2017 un quarto, tre semifinali ed una finale nei campionati mondiali – nelle rotazioni delle rose titolari è solo una conseguenza culturale.
La tendenza a conservare il potere decisionale nelle stesse mani, come ci si può immaginare, non si limita solo al campo, ma permea anche i ruoli di punta del sistema. Gabriele Gravina si è dimesso dal ruolo di presidente della FIGC (insieme a Buffon e Gattuso); non è sopravvissuto alla tempesta di contestazioni da lui stesso generate attraverso le dichiarazioni grottesche pronunciate nel post partita – lamentatosi di una assente collaborazione della politica facilmente confutabile -. Nessuno dell’assemblea che lo elesse con un plebiscito – su cui nessuno ha mai sollevato dubbi riguardo l’operato – ammetterà i propri errori, bisognerà trovare qualcuno che possa cambiare le cose per davvero. Uno dei nomi citati da Stefano Boldrini sul “Fatto Quotidiano” è quello di Giovanni Malagò, figura controversa di spicco nei salotti romani, attualmente presidente del Coni dopo aver ricoperto ruoli molto importanti. Leggendo le dichiarazioni di atleti olimpici come Thomas Ceccon, però, le loro condizioni non sembrano migliorate sotto la sua gestione. Ad aumentare lo scetticismo sul personaggio, inoltre, c’è un passaggio del libro-inchiesta “Impunità di gregge” di Daniela Simonetti riguardo abusi e molestie nello sport italiano. La giornalista riporta una citazione significativa del numero uno dell’organizzazione olimpica italiana: “Vogliamo rispondere di chi fa parte della galassia Coni: c’è un discorso di responsabilità e di credibilità e si può pensare di istituire un numero verde per segnalare certi episodi insieme all’impegno del Coni nel costituirsi parte civile nei procedimenti penali relativi a questo ambito”. Simonetti sostiene che negli oltre quaranta processi per abusi sessuali dal 2017 in poi, nessuna promessa è stata mantenuta. Tutto ciò fa riflettere sul reale impatto modificatore che Malagò potrebbe avere.
Tra chi voterà per la prossima guida del calcio italiano ci sono delegati di tutte le Leghe italiane. Questo non rassicura affatto visti i fatti inquietanti scoperti nell’ultimo anno e mezzo.

Questo è il commento su cui tutti dovremmo focalizzarci.
Saviano sotterra il dibattito strettamente di campo e rivolge l’attenzione verso questioni sociali, in particolare l’inchiesta “Doppia Curva” riguardante Milan ed Inter. Da quanto emerso dalle indagini, figure apicali di club di punta in Italia sembrerebbero legate a doppio filo ad alte cariche mafiose attraverso concessioni di attività commerciali attorno allo stadio di San Siro.
Sul versante nerazzurro risultano intercettazioni tra Simone Inzaghi e Marco Ferdico, gestore della curva interista assieme all’assassino Mario Beretta. Beretta, arrestato per l’omicidio di un importante ‘ndranghetista invischiato con gli ultras, Antonio Bellocco, ammette in un interrogatorio: “Tutta la società dell’Inter sapeva che dietro la “We are Milan” c’ero io che muovevo i fili”. Il nome che sorprende di più tra i coinvolti è quello dell’amministratore delegato nerazzurro Giuseppe Marotta.
“Beppe Marotta sa bene quanto siano profonde le infiltrazioni negli stadi, fin dai tempi in cui era AD della Juventus”, si dice in questa ricostruzione di Report.

Nella puntata di inchiesta, che invito a vedere, vengono rispolverate anche le indagini sulle relazioni tra i vertici bianconeri e Rocco Dominello, esponente della ‘ndrina dei Pesce, famiglia molto influente nel mondo criminale. Gli affari? Sempre gli stessi, vendita illecita di biglietti. Né Andrea Agnelli, né Marotta sono mai stati indagati. Il tutto accompagnato dall’indifferenza della FIGC e la COVISOC. Avendo la consapevolezza che gli interessi dei club sono mescolati con quelli della ‘ndrangheta non si può che supporre l’intenzione di mantenere lo status quo e la garanzia di guadagni per le classi dirigenti. Qui c’è la sublimazione della conservazione.
I rapporti opachi tra squadre e criminalità avrebbero dovuto soppiantare le priorità di ogni Lega. Purtroppo però non ha provocato lo scalpore necessario per una rivoluzione sistemica. Uno schema che si ripete. Gli interessi criminali esercitano un ruolo sull’attuale stato pietoso del calcio. Tutti i fallimenti – tra i 15 ed i 25 sotto la gestione Gravina, gran parte club di Serie C – degli ultimi anni ne sono una spia. Dunque, viene naturale chiedersi se un manipolo di uomini potenti possa rinunciare ai propri privilegi per cambiare le sorti di un movimento che cade a picco. Il calcio nel ventunesimo secolo non è diverso dalle altre aziende, è mosso da ambizioni personali e non favorisce la crescita della comunità, anzi ne mangia l’essenza.
Per tutti questi motivi credo sia obbligatorio pretendere figure competenti non intimorite dalle radici marce che tengono in piedi un sistema infettato. Bisogna immunizzarsi alla filastrocca “Il calcio non deve avere niente a che fare con la politica”, perché è una carta estratta solo quando sono richieste prese di posizione ininfluenti sugli incassi. Fino a quando continueremo ad isolare i problemi sportivi da quelli sociali ed economici le soluzioni dei problemi saranno solo di facciata. A primo impatto daranno l’effetto di novità e genereranno speranza, ma col passare del tempo tornerà valida la regola aurea a cui siamo abituati (e che si legge molto in questi giorni): “cambiare tutto affinché non cambi niente”.











